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Fresu, Youssef & Aarset Trio
Si deve a un soggiorno scandinavo di Dhafer Youssef ed all’attività di Paolo Fresu di organizzatore del Festival Time in Jazz di Berchidda, suo paese natale, dove Eivind Aarset suonò nel quartetto di Nils Petter Molvaer (appare anche negli album Khmer e Solid Ether del trombettista, che per primi introdussero il suono del jazz norvegese in Europa), questo sconfinamento a latitudini impensabili del bellissimo duo del nostro trombettista e del musicista tunisino in un trio che nasce con gli stessi presupposti di quella prima unione: spontaneità e scambio; la naturalezza dell’arte sinceramente praticata, capace di fondere nel crogiuolo della creatività intenti individuali nonché tradizioni distanti per luogo e tempo. “Ogni concerto è un viaggio - dice Paolo Fresu, in perfetta consonanza con la visione musicale di Eivind - non c’è un punto a cui si debba per forza approdare. Ci sono le composizioni e molta improvvisazione; non ci sono veri assoli, si utilizzano dei cicli, e quel che conta è l’energia collettiva, è che i musicisti siano davvero coinvolti, è l’equilibrio fra di loro.” E, ancora: ”Quando si suona, ci vuole sempre una parte di dubbio. Se si sa già troppo dove si andrà, la musica non avrà la stessa intensità. Essere musicisti non è un mestiere.”
Il chitarrista Eivind Aarset, conquistato alla chitarra da Jimi Hendrix con fertile passaggio nell’heavy metal (“una fantastica esperienza”), apparso in più di 150 altri album di musicisti di diversa estrazione come Ray Charles, Dee Dee Bridgewater, Ute Lemper, Ketil Bjornstadt, Mike Mainieri, Arlid Andersen, Abraham Laboriel e Django Bates, oltre che negli album di Nils Petter Molvaer e del guru delle tastiere Bugge Wesseltoft, è da molto una delle voci più creative, particolari ed eccitanti nella scena dell’underground jazz norvegese e, da ultimo, con i suoi album Electronique Noir e Light Extracts, una delle voci-chiave del Nu-jazz europeo. La sua musica è un’istantanea dei suoni più nuovi che si possano trovare nel jazz, che miscelano l’improvvisazione con ritmi della cultura europea da club, e che esplorano il potenziale di una musica così nuova che non ha ancora determinato nessuna frontiera o regola e i cui unici limiti sono i limiti dell’immaginazione.“Quello che mi ha condotto a questa musica è il groove ipnotico e la libertà musicale che vi trovavo: non ci sono regole prestabilite o una tradizione in cui mi muova, posso creare le regole man man che procedo. Il ritmo è il centro della musica, il paesaggio attraverso cui viaggia il solista è un territorio inesplorato e non ho idea di dove la scena andrà a finire, ma ci sono un sacco di grandi suoni e di musica nuova, che si creano rendendo lo scenario veramente eccitante.” Una voce nuova nel jazz contemporaneo intenzionata a portare la musica a un livello d’intensità, di profondità e di esaltazione ulteriore. Una musica pensata veramente per il nuovo millennio.
Nato a Teboulba, in Tunisia, nel 1967, dal 1990 Dhafer Youssef, compositore, cantante dall’estensione straordinaria e suonatore di oud, stupefacente connubio di gioiosa estroversione e di grazia ascetica, di spiritualità profonda e di coinvolgente comunicatività, vive e lavora a Vienna. Da allora si è esibito in tutta Europa e ha suonato con Renaud Garcia-Fons, Markus Stockhausen, Carlo Rizzo, Paolo Fresu, Jamey Haddad, Tom Cora, Nguyên Lê, Jatinder Thakur, Sainkho Namchylak, Paolo Fresu, Arto Tuncboyacian, Linda Sharrock, Wolfgang Puschnig, Christian Muthspiel, Iva Bittovà e molti altri improvvisatori che hanno una concezione simile alla sua di musica del mondo. Ha suonato con Nils Petter Molvaer e con Marilyn Mazur e Bill Laswell, il famoso bassista e produttore, l’ha voluto al World Festival of Sacred Music a Hiroshima, nel maggio 2001. Canta nello stile musicale della tradizione sacra islamica dall’età di 5 anni ed è cultore del grandissimo cantante sufi Nusrat Ali Khan. Con gruppi a proprio nome ha inciso, tra gli altri, Malak, per la Enja, che, accostando in un ampio ventaglio di colori lirismo arabo, potenza ritmica, forza visionaria, influenze multiculturali e improvvisazioni jazz, ha aperto la strada ad una nuova definizione di incontro tra Oriente e Occidente, e Electric Sufi, prodotto e inciso tra New York, Colonia e Parigi con un ensemble eccellente: Will Calhoun, Doug Wimbish, Dieter Ilg, Mino Cinelu, Wolfgang Muthspiel, Markus Stockhausen, Deepak Ram al bansuri.
PRESS KIT
CONCERTI / Bolzano
Ipnotizzati da Fresu, Youssef e Aarset
BOLZANO. Se il principe del jazz italiano incontra il sultano della musica etnica araba, e se poi insieme decidono di allargare la compagnia al profeta norvegese della chitarra elettrica, è azzardato prevedere discorsi subito coerenti o immediate empatie. Se poi a incrociarsi sono una tromba, un liuto arabo e una chitarra elettrica...
Dunque lo stupore per il rito magico in cui è trasformato il concerto che l'altra sera ha visto protagonisti al Carambolage Paolo Fresu, Dhafer Youssef ed Eivind Aarset è stato, appunto, stupefacente. In una sala strapiena di gente e di attenzione, la magia è arrivata subito - protraendosi per oltre due ore - attraverso la trasfigurazione del jazz in tutt'altra musica, e dei singoli strumenti in tasselli di un puzzle che si incastravano a tal punto da far perdere agli stessi strumenti la loro fisionomia, creando un'immagine assolutamente omogenea.
Chi c'era ha capito subito di che musica si trattava: semplicemenmte, naturalmente, musica dell'anima, per far viaggiare la mente, per chiudere gli occhi e respirare profondo. A chi ha trascurato l'evento - perché di questo si tratta - e a chi non ha trovato posto nel piccolo teatro, va detto che il principe del jazz e i suoi due amici non hanno suonato il jazz: musica etnica con radici in quella araba di Youssef, rarefatta dal suono evocativo della tromba e del flicorno di Fresu, trasfigurata dagli effetti speciali della chitarra di Aarset. Delicate tentazioni funky con l'oud di Youssef trasformato in basso e in percussione, lunghi stati d'ipnosi, la tromba filtrata di Fresu a fondere il fuoco di Youssef e il ghiaccio tagliente di Aarset. Insomma, musica mediterranea sulla quale si alzavano però le onde elettriche della chitarra e dei campionatori. E, in più, quello strumento inarrivabile e inimitabile che è la voce di Youssef che attinge alla tecnica e al repertorio ieratico della tradizione sufi. La scaletta, se possiamo usare questo termine riduttivo, attingeva in gran parte a brani originali firmati da Youssef, ad alcuni temi di Fresu (compreso il "Tema barocco" della colonna sonora del recente film su Ilaria Alpi) e a "Dark Moisture" del chitarrista norvegese, con Fresu qui impegnato in una lunga respirazione circolare, a ribadire il suo ruolo di preziosa cerniera fra profondo Sud e lontanissimo Nord. Chi ha perso tutto questo può contare su una prossima, quasi certa, registrazione discografica.
[Fabio Zamboni – Alto Adige, 15 Apr 2003] | |
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