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Gianluigi Trovesi Octet
Gianluigi Trovesi (sax alto e clarinetti), Beppe Caruso (trombone), Massimo Greco (tromba), Marco Remondini (violoncello, sax), Roberto Bonati (contrabbasso), Marco Micheli (basso elettrico), Fulvio Maras (percussioni), Vittorio Marinoni (batteria)
L’Ottetto è la formazione che ha proiettato Gianluigi Trovesi alla notorietà internazionale ed in esso il sassofonista, clarinettista e compositore di Bergamo ha trovato modo di sviluppare appieno la sua originale concezione musicale.
La fondazione del gruppo, che nella carriera di Trovesi è il progetto di più lunga durata, marca l’inizio della piena maturità artistica del leader: con il primo Cd (“From G To G”, 1992) l’Ottetto ha vinto il referendum Top Jazz italiano per il miglior disco, mentre l’anno successivo è stato premiato come miglior formazione (Trovesi aveva già vinto come miglior musicista nel 1988). Il Cd riceve cinque stelle, il massimo dei voti, da Down Beat ed è accolto da tutta la stampa specializzata e dal pubblico con grande entusiasmo: al gruppo si aprono quindi le porte di tutti i più importanti festival europei: Moers, Le Mans, Nevers, Groningen, Willisau, Saalfelden, Oupeye, Mulhouse, Karlsruhe, Berlin. Negli anni successivi l'ottetto uscirà anche dai confini europei per una trionfale tournèe canadese ed una acclamata esibizione al festival di Pechino.
Il secondo disco dell’ottetto, “Les Hommes Armés”, esce nel 1996. Il progetto, originariamente commissionato da un festival belga, riprende la melodia di una canzone francese profana, anzi forse oscena, su cui per oltre tre secoli sono stati costruiti brani sacri, a partire da quelli della scuola polifonica fiamminga. Una sorta di nascosta pietra angolare della cultura musicale europea che incontra il blues e il jazz, l’improvvisazione, l’armonia della musica contemporanea. Il Cd vince nel 1996 il Top Jazz, e l’ottetto viene premiato anche come migliore formazione.
Dal punto di vista strumentale si tratta di un organico atipico: invece di aggiungere strumenti al quartetto o quintetto jazzistico di base, Trovesi ha creato un gruppo di simmetria classica. Due percussionisti, due bassi, due ottoni, e due strumenti dal timbro “legnoso” come il violoncello o il clarinetto. Più simile quindi al doppio quartetto riunito da Ornette Coleman per Free Jazz che a una Big Band in miniatura, il gruppo produce tuttavia un suono molto diverso da quello delle formazioni del sassofonista texano, e può ricordare invece certi gruppi di Mingus o gli analoghi esperimenti di Ellington con due bassi, filtrati attraverso una sensibilità tutta europea e specificamente italiana, in particolare la scuola strumentale di Vivaldi e Gabrieli. I quattro strumenti che formano la “sezione ritmica” sono in realtà differenziati: percussioni e batteria, basso elettrico o chitarra basso e contrabbasso, basso archettato contro basso pizzicato, consentono a Trovesi di avere sempre a disposizione possibilità di variazione nella base ritmica e nella sua realizzazione, con quella libertà armonica nelle improvvisazioni che è assicurata dalla assenza del pianoforte. I due bassi e i due percussionisti si rinforzano a vicenda oppure si alternano in un gioco poliritmico e polifonico, mentre nella struttura ritmica di base delineata dalla batteria si inseriscono le continue invenzioni coloristiche delle percussioni acustiche ed elettroniche. Nella “front-line” le quattro voci solistiche raramente si alternano per “sezioni” come in una big band, eseguendo invece articolati arrangiamenti dal carattere spesso spiccatamente polifonico, effetto accentuato dalla combinazione di violoncello e contrabbasso suonati con l’archetto.
La musica di Trovesi è tipicamente ricca di spazi, mai sovraccarica, e negli arrangiamenti per l’ottetto egli opera spesso una selezione, estraendo dal gruppo un trio, la formazione con cui ha iniziato a lavorare come leader, oppure affidando agli strumenti obbligati con limiti precisi, e rinunciando volentieri – ove il senso musicale della composizione lo imponga – al ruolo di solista principale.
Non si pensi infine a una musica eccessivamente “composta”: la struttura dei brani di Trovesi è, infatti, ben definita e concatenata, ma essa – nel vero spirito jazzistico – lascia sempre un’ampia libertà ai musicisti del gruppo, che hanno spazi solistici, accompagnati oppure no, a seconda delle loro caratteristiche personali, e che possono contribuire – sempre nello spirito del brano – ad arricchirlo o modficarlo secondo l’ispirazione del momento. La libertà, il gusto e il piacere di suonare sono una componente fondamentale della musica di Trovesi e dello spirito dell’ottetto.
La terza produzione dell'Ottetto di Gianluigi Trovesi, “Blues and West” è una co-produzione dei Festival di Orleans e di Vicenza, ed è basato su una rilettura della storia della musica afroamericana, dalle origini al free jazz. Nel corso della suite viene utilizzato ripetutamente il famoso break che Louis Armstrong suonò in "West End Blues": Trovesi, con la sua consueta passione per i giochi linguistici, ha parafrasato nel titolo della suite quello della celebre composizione di King Oliver per alludere alle altre implicazioni del progetto. Su questo progetto è basato il Cd “Fugace”, secondo disco di Gianluigi Trovesi per l’ECM dopo l’acclamato “In Cerca di Cibo” con Gianni Coscia: un ulteriore e originale sviluppo sarà la realizzazione scenica al Festival di Roccella Ionica nell’Agosto 2003 con marionette di Giorgio Gabrielli, immagini video, luci e regia di Cristina Catalani, Gabrielli e Roberto Masotti.
Nella formazione originale dell’ottetto erano presenti due importanti musicisti del jazz italiano, significativi per essere un legame a due diverse esperienze che trovano nella musica di Trovesi un punto di sintesi: il trombettista Pino Minafra, fondatore della Italian Instabile Orchestra, e il trombonista Rudy Migliardi, collega di Trovesi nella Big Band della Radio di Milano. Assorbiti dai loro propri progetti, Minafra e Migliardi non fanno più parte del gruppo, e per sostituirli degnamente Trovesi ha individuato due musicisti che si adattano perfettamente alla sua estetica, per solidità della formazione strumentale, amore per il jazz, e apertura ad altre forme musicali: Massimo Greco e Beppe Caruso.
Il trombettista catanese, che nel 1990 era presente come prima tromba nello storico disco di Carla Bley e Steve Swallow con l’Orchestra Jazz della Sicilia, è uno tra i più ricercati solisti italiani (tra l’altro si ascolta in molti dischi di Zucchero) ma da tempo si è soprattutto dedicato al Clan Greco, che presenta una versione italiana della contaminazione tra hip-hop, drum’n’bass e jazz. Il gruppo si è già esibito con grande successo su palcoscenici prestigiosi come quello di Montreux. Porta all’ottetto la sua già notevole esperienza di improvvisatore e nella utilizzazione delle elettroniche.
Caruso, trombone e tuba, ha collaborato con i più importanti gruppi dell’area milanese, tra cui i Nexus di Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi; è attualmente membro dei Belcanto di Ettore Fioravanti, ma soprattutto dirige propri gruppi con cui ha già pubblicato due importanti Cd. Alla maniera di Roswell Rudd, unisce radici nel blues e nel jazz tradizionale all’interesse per le forme del jazz più avanzato e contaminato con le varie forme della musica contemporanea.
Gli altri membri del gruppo sono ancora quelli originali.
Il violoncellista e sassofonista Marco Remondini è il battitore libero del gruppo, capace di esilaranti uscite sceniche al sax, ispirate dalla sua vasta esperienza in campo teatrale; pienamente ed esclusivamente “musicale” quando il pezzo richiede un’impegnativa parte di violoncello, o quando usa pizzicato e distorsori per un effetto di chitarra hard rock o addirittura hendrixiano.
Roberto Bonati, emerso come Trovesi nei gruppi di Gaslini, sta acquisendo statura di compositore con l’orchestra Parma Jazz Frontiere oltre che di straordinario strumentista accanto ai maggiori jazzisti italiani; il suo solo di basso costituisce quasi un concerto nel concerto, ed è pienamente radicato nella formazione “europea” a 360 gradi del bassista, che insegna al Conservatorio ed ha eseguito partiture classiche, ma è vicino alle esperienze “radicali” di un Barry Guy.
Marco Micheli ha una straordinaria esperienza internazionale, ormai più che ventennale, iniziata subito dopo il diploma di contrabbasso al conservatorio di Lucca: in Italia ha suonato con Enrico Rava e collabora da tempo con Tino Tracanna e Massimo Colombo, e fa parte del “Project” di Patrizio Fariselli. Nell’ottetto imbraccia con piena competenza il basso elettrico e la chitarra bassa oltre che il contrabbasso.
Vittorio Marinoni, bergamasco come Trovesi, è uno dei molti talenti musicali della provincia lombarda; cresciuto con il blues e il rock, si è progressivamente avvicinato al jazz che pratica ormai da anni ai massimi livelli di competenza. Ha lavorato con un leader esigente come Giorgio Gaslini, e il suo rapporto preferenziale con Trovesi lo vede presente ancheil altri progetti del sassofonista, come “About Small Fairy Tales” con l’orchestra d’archi Enea Salmeggia di Nembro. Molte piccole e grandi formazioni della sua area, straordinariamente fertiledi musica, hanno richiesto il suo solido e swingante supporto ritmico; e dopo che ha preso parte all’incisione di “Dedalo” la Big Band della WDR, una delle maggiori in Europa, l’ha voluto ancora alla batteria.
Le collaborazioni di Fulvio Maras, vero mago delle percussioni di tutti i generi – intonate e no, acustiche ed elettroniche – sono troppe per poter essere elencate, e coprono tutti i generi musicali dal pop al jazz e alla musica latina, ma non esiste settore della musica percussiva – africana, indiana – di cui non sia profondo conoscitore, non teorico ma pratico. Maras è importantissimo nell’Ottetto anche per la sua competenza tecnica nella produzione del suono.
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FUGACE – ECM 1827
Con questa nuova produzione l’Ottetto di Gianluigi Trovesi – la formazione che in maniera più compiuta realizza la visione musicale del sassofonista di Bergamo, e il suo gruppo più longevo – entra in una nuova fase della sua storia. Due importanti componenti sono cambiati, con l’ingresso di Massimo Greco alla tromba e Beppe Caruso alla batteria; Trovesi ha creato un nuovo set di composizioni, ispirate all’intero arco della storia del jazz, e la tavolozza timbrica del gruppo si è fatta più ricca, con l’adozione di strumentazioni elettroniche da parte di Fulvio Maras, Marco Remondini e dello stesso Greco. Maras in particolare ha svolto un ruolo molto importante in tutta la produzione, ed il contributo dei tre – ben differenziato anche per il tipo di procedure e materiali che ciascuno di essi usa –conferisce a questo disco una sonorità speciale.
Dopo le storiche incisioni di Enrico Rava negli anni 70, l’ECM ha più di recente sviluppato un’organica attenzione verso il jazz italiano nel suo legame con la cultura contemporanea del nostro paese. In questa linea vanno la produzione dello “Skies of Europe” della Italian Instabile Orchestra, di cui Trovesi è membro, e del “Charmediterranean” della francese ONJ, diretta da Paolo Damiani con Trovesi ospite come solista e compositore, oltre che la pubblicazione di “In Cerca Di Cibo” del duo Trovesi e Coscia. Segnali significativi dell’impegno del programma sono le note di Umberto Eco per il disco di Trovesi e Coscia, lo straordinario contributo che Stefano Benni ha scritto per questo Cd dell’ottetto, il fatto che si tratti della prima produzione ECM registrata in uno studio italiano e che l’intero corredo di immagini sia firmato da Roberto Masotti.
Il titolo nasconde, come spesso avviene con Trovesi, significati molteplici. Fugace allude a qualcosa di passaggio, che non si può trattenere, come l’improvvisazione, che è l’anima del jazz e nasce per un attimo preciso: ma nella parola è nascosta la fuga, massima espressione geometrica della architettura musicale europea, fuori dal tempo come le cattedrali gotiche: lungo tutto il Cd ritornano “samples” di clavicembalo che suggeriscono l’amato Scarlatti, e i brani sono connessi da una solida struttura interna, con materiali melodici e successioni che ritornano in forme e contesti diversi.
Il Cd si impone all’attenzione dell’ascoltatore fino dal primo brano, “Strange as a Ballad”, dedicato a Paolo Arzano, amico di Trovesi e mentore delle sue prime esibizioni bergamasche. Elementi semplicissimi ma sapientemente disposti creano un’atmosfera altamente evocativa. Nella prima sezione, utilizzata anche in chiusura, il clarinetto improvvisa malinconicamente su uno sfondo di sonorità elettroniche, rimandando a certe sonorità della Terza Corrente e di Jimmy Giuffre; nella seconda, basata su una serie dodecafonica che ritorna nella musica di Trovesi fino dai tempi del suo primo disco da leader, Beppe Caruso espone il tema con pronuncia jazzistica e il solo di contrabbasso, breve ma di grande effetto, è di Marco Micheli.
La leggenda d’Orfeo ha ispirato i compositori di tutti i tempi, e il “Sogno d’Orfeo” - dedicato da Trovesi a Giuseppe Tassis, suo insegnante di clarinetto al Conservatorio di Bergamo, recentemente scomparso - allude in più passaggi alla memoria storica del tema. Il senso del dramma e della discesa agli inferi è affidato a una successione di accordi che si muovono per quarte, una progressione del tipo plagale usato tipicamente in brani sacri, ma l’intervento del clarinetto piccolo restitusice una dimensione giocosa alla storia e questo Orfeo sembra destinato a ritrovare felicemente la sua Euridice, magari in un locale della città del Delta…Massimo Greco guida con autorità il collettivo dixie finale.
“African Triptych” – un titolo dalle reminiscenze ellingtoniane - combina una base poliritmica, brillantemente realizzata da Marinoni, con un maestoso tema degli ottoni che ricorda Gabrieli, cita di passaggio un tema proveniente dal folklore africano per esplodere poi in una controllata sequenza free-funk finale.
Nel secondo brano della suite ritorna la serie già usata nel brano d’apertura del Cd, e tre strati – le percussioni di Maras, ricchi accordi dei fiati e una complessa improvvisazione di Trovesi – stabiliscono un crescendo drammatico, sostenuto dal concitato basso elettrico di Micheli. Nel segmento finale la tromba di Greco rilegge il tema di “West End Blues” su uno sparso fondale di percussioni ed elettroniche, quasi una versione moderna della “Saeta” di Davis e Gil Evans, per poi cedere il passo a un rapido dialogo di sax, tromba e trombone di ispirazione ornettiana.
“Canto di Lavoro” si apre con un tema antifonale ispirato al folklore afroamericano, e nel brano è poi nascosta un’altra citazione della celebre cadenza di Louis Armstrong in “West End Blues”. Il tema è affidato prima ai timbri vocalizzanti di clarinetto contralto e trombone, poi a un “groove” su cui si staglia il cello distorto di Remondini, che in concerto usa un passaggio analogo per far comparire il suo “parziale travestimento” in una marionetta di chitarrista – uno spettacolo che non può efficacemente essere descritto a parole.
I quattro “Siparietti” presentano in quattro diverse forme un tema esposto al clavicembalo e poi variato: nel primo è esposto dai fiati in forma di danza, poi contrastato da campioni elettronici e brevi improvvisazioni dei fiati; il secondo è un loop del cembalo del primo tema del brano, nel terzo il brano è completo con la sua parte centrale. Il quarto e ultimo è molto drammatico, aperto da un sample di violoncello deformato, con il tema al clavicembalo che ritorna appesantito dall’eco, come ascoltato da una stanza all’altra di un grande palazzo abbandonato. Poi la tastiera si allontana; come se l’ascoltatore, cercando la provenienza del suono, si smarrisse nella fuga di saloni vuoti.
Adriano Mazzoletti è stato per molti anni tra le pochissime persone a far ascoltare del jazz alla radio e alla TV italiane, ed ha svolto un importante ruolo nella carriera di Trovesi inviandolo come solista nell’orchestra della European Broadcasting Union. “Il Domatore” è dedicato a lui, ed è un brano bipartito: una sognante prima parte dalle atmosfere classiche con un motivo che non è altro che una dilatazione del tema di “Tiger Rag” sottolineato dall’uso del cello e del basso archettati che suonano ancora materiali tematici di “Fugace”, e una seconda parte più mossa, con un ostinato di ritmica e trombone su cui si intrecciano le improvvisazioni dal colore fortemente jazzistico di tromba e sax e in cui fa capolino un classico della letteratura jazzistica per clarinetto, l’obbligato sviluppato da Alphonse Picou per “High Society”.
“Ramble” si apre con il brano di W. C. Handy che diventò una pietra miliare del jazz tradizionale, restituito alla sua natura di street parade dai rulli militari di Marinoni, mentre Maras usa i woodblock alla maniera di Baby Dodds; l’evocazione dura però meno di un minuto, e il brano si evolve in una complessa partitura di cui il tema originale non è una che delle componenti, piano piano sempre meno riconoscibile.
“Blues and West”, titolo del progetto concertistico originale, non è certo una rilettura del celebre brano di King Oliver, anche se la citazione del solo di Armstrong emerge qua e là: semmai si celebrano le parentele tra il trombettista di New Orleans e James Brown, anche se gli effetti elettronici di Maras arrivano a conferire un’atmosfera inquietante al brano.
In “Fugace” il cembalo si scontra con le libere improvvisazioni di Bonati e Maras, mentre l’ultimo brano, tripartito e praticamente scritto nota per nota, è fin dal titolo una sorta di aggiunta immaginaria alla filmografia di Totò: il burattino napoletano visita i Caraibi portandosi dietro una filastrocca italiana, “Alla Fiera di Mastr’André”, rende omaggio a Tina Pica con un pizzicato di violoncello e basso acustico che danza su uno sfondo di inquietanti rumori, e poi si trasforma in un dinoccolato calypso un po’ malinconico, in cui spicca il dialogo di Micheli al basso elettrico e Marinoni alla batteria. Ma sono ancora le corde pizzicate a chiudere, in un finale sospeso, sostenute da una filigrana di percussioni, in un’atmosfera che rimanda ciclicamente al brano iniziale.
Francesco Martinelli
Founded a decade ago, the Gianluigi Trovesi Ottetto has become one of the most persuasive vehicles for its leaders compositional and arranging skills and instrumental brilliance, alongside the Italian reedman’s acclaimed duo with Gianni Coscia, whose “In cerca di cibo” was one of the left-field successes of ECM’s 1999/2000 season. The octet, making its ECM debut with “Fugace”, shares the duo’s wit and keen sense of parody, but offers a broader scope of feeling. The Ottetto’s line-up is atypical: it’s a double quartet, closer to the group that Ornette Coleman put together for “Free Jazz” than to a miniature Big Band. Yet its sound is reminiscent, rather, of certain Mingus groups or of the Ellington experiments with two basses, all filtered through a typical Italian sensitivity, based on the instrumental schools of Gabrieli and Vivaldi – Bergamo is an area of Venetian influence.
In the “front-line” four solo voices only rarely alternate in “sections” in big band style, used instead to perform complex arrangements with often intricate polyphonies, an effect emphasized by the combination of bowed bass and cello. The four instruments of the “rhythm section” meanwhile have a wide range of option: percussion and drums, electric bass or bass guitar versus double bass, bowed bass versus pizzicato bass, they give Trovesi multiple possibilities of variation in the rhythmic fundament, and in the way it is realized.
Two new members are integrated into the Ottetto on “Fugace” (Massimo Greco on trumpet and Beppe Caruso on trombone), Trovesi has created a new set of compositions, inspired by the whole history of jazz, and the palette of the group has became richer, through the use of electronics by Fulvio Maras, Marco Remondini and Greco.
The title “Fugace” is a play on words, frequent in Trovesi’s oeuvre. It refers to the passing, the impermanent, like improvisation itself, born for the moment and then “over, gone in the air”, as Dolphy said. But inside the title lurks the musical term “fuga” or fugue, that high geometrical expression of European musical architecture: and scattered through the CD are recurring harpsichord samples that recall Trovesi’s beloved Scarlatti.
“As Strange as a Ballad” opens and closes with a sombre melody sung by the clarinet over an ominous electronic background, and after the main theme Beppe Caruso and Marco Micheli make concise improvised statements, showing an ability of summarizing in a few notes the piece’s inspiration.
The Orpheus legend has inspired composers from all ages, and “Sogno d’Orfeo” makes several allusions to the historical memories of the theme, even if this specific Orpheus seems destined to find his Eurydice, perhaps in a Crescent City club…Vittorio Marinoni’s drums shine in their simple effectiveness, and Massimo Greco on trumpets is an authoritative leader for the collective.
“African Triptych” – a title with Ellingtonian overtones – combines a polyrhythmic base with a stately theme from the brass, reminiscent of the Gabrieli school, and then explodes in controlled free-funk energy. In the second piece of the suite there are three layers: Maras’ pecussion, lush chords from the winds and a complex Trovesi solo. Their interaction establishes a dramatic crescendo, supported by the quick figures of Micheli’s electric bass. In the final segment Greco’s trumpet gives his personal version of the blues, almost a contemporary version of the “Saeta” by Miles Davis and Gil Evans, and then gives way to an animated conversation between alto, trumpet and trombone.
“Canto di Lavoro” - “Worksong” – is an antiphonal theme inspired by Afro-American folklore, and first delivered by the vocalizations of bass clarinet and trombone, then to a “groove” on top of which screeches Remondini’s distorted cello.
The four “Siparietti” (sipario is curtain in Italian, and a siparietto is a short, usually comic interlude in traditional burlesque) present in four different forms a theme stated by the sampled harpsichord and then subject to variations: in the first the winds perform a dance arrangement of the theme, with subsequent contrast with electronic tones and short improvisations; in the second there’s a repetitive loop of the harpsichord playing the first theme, in the third the same keyboard plays the whole piece. The fourth and final opens with a sample of deformed cello sound, and then the theme played by harpsichord appears again, with heavy resonance, as if heard through a series of empty rooms in an abandoned palace. “Il Domatore”, “The Tamer”, dedicated to TV and radio producer Adriano Mazzoletti, is a piece in two sections: the chamber music atmospheres of the first emphasized by bowed bass and cello, and a lively second part, with a trumpet-rhythm section ostinato over which trumpet and saxophone develop their solo improvisation in a hot jazz idiom.
“Ramble” begins with “Oh, Didn’t He Ramble”, the W. C. Handy piece that became a milestone of traditional jazz – usually played on the way back from the cemetery – fully restored in its street parade music essence by Marinoni military rolls, while Maras on woodblocks quotes Baby Dodds; in less than a minute the historical reproduction is over, and the piece evolves in a complex composition in which the classic theme is just one of the ideas, moving farther and farther away from its original form. “Blues and West”, meanwhile, seems to celebrate the kinship between Louis Armstrong and James Brown, even if Maras’ electronic effects come surging up, chilling the party atmosphere.
In “Fugace” the delicate harpsichord clashes with the free improvisation by Bonati and Maras, while the last piece, in three sections, is a sort of imagined missing movie in the filmography of Totò, the Neapolitan comic who’s still the best loved character of Italian movies and the creator of many of the language’s idioms. The Neapolitan puppet is visiting the Caribbean Islands but he brings with him an Italian nursery rhyme, “Alla Fiera di Mastr’Andrè”; he pays his respect to Tina Pica, his classical deep-voiced female foil, with a cello and bass pizzicato dancing on a background of mysterious noises, only to metamorphose into a slightly pensive calypso, revolving around the dialogue between Micheli on electric bass and Marinoni on drums. But it’s the pizzicato strings that come back for the finale, supported by the filigree of small percussions, in an atmosphere cyclically reminiscent of the opening piece.
The music on “Fugace” was first developed in the context of the stage production “Blues and West”, a joint commission from the Festivals of Orleans in France and Vicenza in Italy; conceived by Trovesi as a personal reading of the history of African-American musics, from origins to free-jazz. During its course the famous break played by Louis Armstrong in "West End Blues": Trovesi, with his typical taste for wordplay, used a paraphrase of the title of the famous King Oliver tune to allude to the other implications of the project. A further, original development will be its scenic realization in August 2003 at the Roccella Ionica Festival in Italy, with puppets by Giorgio Gabrielli, video, lights and stage direction by Cristina Catalani, Gabrielli and Roberto Masotti (more details at www.rocellajazz.it)
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