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a solo
“ a solo “
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Paolo Fresu: tromba, flicorno, pocket trumpet, cornetta e multieffetti
Jean-Marc Esposito: luci
Fabrizio Dall’Oca: suono
Vittorio Albani: basi
Un “solo” di tromba può essere davvero pericoloso e chi lo produce e propone può facilmente essere additato quale un esagerato cultore del narcisismo. La storia insegna che – specialmente in campo jazzistico – si può davvero parlare della tromba quale strumento principe della musica afro-americana ma, comunque sia, sempre ben inserito in un contesto progettuale che esula dall’esercizio solistico.
Quando l’Auditorium di Roma, nel gennaio del 2005, ha proposto a Paolo di essere protagonista di un concerto solistico per tromba, le immediate risposte di Paolo sono state del genere: “ma voi siete pazzi! Non si fanno queste cose! Ma mi volete morto?” … e via di questo passo.
Lentamente convinto dalle possibilità offerte anche dall’elettronica, con la tipica “follia” che contraddistingue i creativi, ha poi deciso di accettare l’offerta, mettendosi totalmente in gioco. Salvo poi tornare a dare del matto a chi – vista la scommessa – decise di colpo di proporre il progetto non in una sala studio o qualcosa del genere, ma addirittura nella sala Santa Cecilia (la principale dell’Auditorium della Musica), ovvero sia la mega-sala da 3000 posti, usualmente riservata solo ai grandissimi nomi della musica contemporanea e alle produzioni più nobili e solenni, oltre che a quelle più popolari e di grande richiamo.
Inutile raccontare come è andata a finire (l’articolo a tutta pagina di Repubblica negli Spettacoli nazionali, firmato da Gino Castaldo, lo racconta molto bene): un successo incredibile… forse quello che ha definitivamente posto il nome di Paolo, nell’olimpo della musica contemporanea.
Oggi, “a solo” è diventato quel qualcosa di unico che può ben figurare nei progetti di un “grande” della musica moderna. Adeguatamente teatralizzato, grazie allo studio di luci ideato da Jean-Marc Esposito (uomo con alle spalle molti anni di teatro) e corredato dall’uso professionale dell’amplificazione di Fabrizio Dall’Oca, il progetto – co-prodotto anche da Vittorio Albani, manager di Paolo – è diventato una proposta di spettacolo tout court per grandi spazi teatrali che lo fanno vivere e rifulgere.
Sessanta minuti di rara bellezza che incorporano in un irripetibile tutt’uno, la saggezza del suono e il calore dei colori e viceversa. Raramente uno spettacolo di “son et lumières” colpisce tanto a fondo, giocando sull’intensa capacità introspettiva della ricerca del suono di Paolo e la sua produzione per i sensi primordiali di udito e vista.
Il racconto passa attraverso una sorta di piccolo compendio tascabile di storia della musica, attraversandone momenti salienti che trovano ovviamente nel jazz il proprio magma genetico costitutivo. I suoni pre-registrati delle sordine e delle trombe si incontrano con quelli ‘live’ in un viaggio all’interno della storia e delle geografie passando dalla polifonia sarda al Viêtnam, dai suoni classici degli archi (reminiscenze di colonne sonore filmiche) a Miles Davis, dalla trance Gnawa alla poesia del suono continuo attraverso l’elettronica esaltando l’emozione e l’intimità.
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